I Cavalieri dell’Apocalisse

I Cavalieri dell’Apocalisse

Titolo: I quattro Cavalieri dell’Apocalisse
Tecnica: olio e acrilico su tela
Dimensione: 30 x 40 (polittico)
Anno di esecuzione: 2006

“Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte, perché, il tempo è vicino”.

Nel secondo libro dell’Apocalisse San Giovanni Apostolo riferisce ciò che ha visto e mette in guardia l’uomo rispetto a quanto dovrà accadere.

Disordine civile: “Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi usci vittorioso per vincere ancora.”

Guerra: “Apparve un cavallo ‘rosso fuoco’: a colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace sulla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.”

Carestia: “Mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce: ‘Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati’.”

Morte: “Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava ‘Morte’ e gli veniva dietro l’inferno”.

I quadri rappresentano allegoricamente i cavalieri che fuoriescono all’apertura di quattro dei sette sigilli che proteggono il libro della profezia.

L’ambientazione di ciascuna opera calca il modello di una rappresentazione teatrale, dove non mancano il palcoscenico, il soggetto e la quinta, rappresentata da figure antropomorfe simboleggianti, uno dopo l’altra, i quattro cavalieri. Ogni tela propone un’immagine, tendenzialmente oggettuale, che funge da metafora dei vizi umani, tra cui la falsità e il materialismo.

In “Disordine Civile” il televisore, nella sua più totale crudezza, esprime la falsità che scaturisce dalla “scatola del male”, disorientando quotidianamente il pensiero dell’uomo e spingendolo ad aprire il mitico vaso di Pandora, così da allontanare l’uomo dall’essenza spirituale a cui dovrebbe ambire. L’innocenza vituperata è rappresentata dall’immagine del bambino che, intrappolato nello schermo, appare privo della bocca, a simboleggiare un grido strozzato che non potrà essere ascoltato e una voce mancante che non saprà generare dialogo. Il filo è bianco.

In “Guerra” si riconosce il noto “Bacio” di Francesco Hayez, una provocazione a significare che il sacrificio, il distacco, forse anche la perdita fortificano l’Amore, contro il quale nessuna battaglia può avere la meglio. Che la guerra possa vincere il sentimento è una stupida chimera ideata dai tiranni. Il filo è rosso.

Tutto è nientificato e il posacenere rappresenta il contenitore del nulla, emblema della “Carestia” che il terzo cavaliere porta tra gli uomini. Non c’è astinenza per volontà, ma per mancanza, là dove la legge naturale si rivolta contro la barbarie dell’uomo, vittima anch’egli di pochi potenti. Il filo è nero.

La grande livellatrice, che nel quarto quadro è citata dal dipinto “Veritas”, è memento della caducità della vita: l’uomo misura il tempo nell’illusione di poterne gestire il suo scorrere perpetuo, tuttavia il traguardo dell’esistenza corrisponde all’annullamento del tempo stesso e all’istantanea dissoluzione di pregi e difetti umani, che troveranno nel Grande Legislatore l’unico vero arbitro. La “Morte” è onesta: tutto leviga e tutti eguaglia, ma il suo avvento è solo l’inizio di un probabile tormento. Filo giallo verdastro.

Disordine Civile
Guerra
Carestia
morte
Morte